Seduto in una piazza
II

Il pensiero sempre naviga tra ciò che è reale e ciò che è immaginazione, senza dogane, senza sosta, inconsciamente e senza fatica. Mi accingo a raggiungere un isola che è italiana ma che è più vicino all’Africa che all’Europa. A ridosso del lungomare del porto, dove le sedie ed i tavoli dei bar confinano con gozzi, barche e barchette mosse lente dall’acqua scura del porto, e presa una viuzza stretta leggermente in salita ed un po’ tortuosa che ricorda quelle delle città arabe, si arriva alla piazzetta del paese che è quasi quadrata ed è ricoperta da asfalto tanto vecchio che è lucido e che brilla scivoloso come argento. Alberelli e pini marittimi sono cresciuti attraversando la pavimentazione creando buche di sassolini bianchi, non hanno un ordine preciso così come le case che sulla piazza si mostrano e che sono di differenti epoche e di stili irriconoscibili. Regolare e precisa è, invece, la posizione dei bar che si trovano ognuno al centro di ciascuno dei lati della piazza. Ogni barrettino, dove volendo si può anche mangiare, di fronte al proprio accesso ha proprie seggiole e tavoli con tovaglie di colore differente. Rosso, giallo, bianco e blu, questi i colori. Tutt'intorno finestre e finestrelle si affacciano luminose. Variopinti sono gli interni che si intravedono attraverso, così come le facciate anche un po’ scrostate lasciano intravedere intonaci e pecedenti pitture. I bar stanno oltre le stradine che circondano questo luogo e nonostante non passino auto, i camerieri, portando cibo e vivande ai clienti, ogni volta che le attraversano guardano a destra e sinistra, come per prudenza. Ora che è buio i lampioni sono accesi ed emettono una luce gialla arancio intensa che in un primo momento risulta fastidiosa perché affievolisce i contorni delle cose amalgamandole e creando un tutt’uno sfuocato e puntiforme. In un secondo momento, però, questo tutt’uno si rende percepibile nella sua universalità, tanto che mi pare di essere in tanti e differenti luoghi della piazza, capace di vedere e distinguere niente e tutto simultaneamente: i movimenti delle persone, delle foglie, i suoni, la musica, le voci, un cane sdraiato sotto uno dei tavoli di un bar muove la testa lentamente. Abbassa le palpebre. C’è una sorta di circolarità in questo giallo spazio quadrato e ho l’impressione di essere sul set di un pensiero: mi sento come se fossi in grado di abbandonare la mia corporalità e vedere e vivere quindi realtà differenti. (../..)

 

I dodici racconti parlano di dodici piazze, spazi distanti e distinti.

 

Il mondo di questi luoghi si rivela attraverso gli occhi di un fotografo che, come per mezzo di uno stereoscopio, riporta su carta ciò che salta all'occhio e a ciò che il fotografo conosce e sente col suo essere nel luogo. L'occhio è il sismografo del visivo che traccia su un taccuino momenti della realtà.

 

Questi racconti narrano di luoghi e sono la traduzione di un'esperienza attraverso la diretta di un presente. Il presente è il risultato dei fatti e del tempo che lo precedono e questo scrivere nel momento in cui le cose accadono è chiaramente mediato: dall'intenzionalità concettuale, dal serbatoio di conoscenze e esperienze che l'osservatore può mettere in relazione con quanto egli vede, con la preordinata ricerca (non solo attraverso lo sguardo) di qualche cosa nella scena.

 

Ho inserito, nella precisa e razionale attività descrittiva, momenti di intimità: essi anche se solo inconsciamente sono presenti nel girova-gare, nelle scelte dei luoghi, nelle parole che si scrivono, nelle imma-gini che si realizzano. La piazza è l'agorà, è un luogo di riunione e di scambio è un luogo vivo dove parlare, ma anche riposare, giocare e ovviamente osservare.

 

Questo lavoro è un tentativo di descrizione di attitudini fotografiche che avviene per mezzo di una pratica testuale ibrida che non è discorso e non è narrazione. In questa mescolanza di generi questo esperimento si risolve nella rivelazione di tecniche d'osservazione, è una metodologia che si applica alla complessità del guardare che pertiene alle attitudini del fotografo.

Seduto in una piazza