Meschizze

"Meschizzo" means mixed. Refers to fresh and salty waters in the swamps, mud and in general in those areas closest to the influence of the sea. I decided to make this documentation using both video and photography. I worked in the territories between the Piave, the Sile and the Venetian eastern Lagoon area. The photographic images were all taken from above the banks. I used these works of defence of the territory as a "belvedere": an elevated location that allowed me to highlight the presence of the bank itself being the levee one of the peculiarities of this landscape. Still images to describe the type of housing, intensive crops present in the territory, but also to identify those spaces like plains or platforms that seem to want to claim or indicate the presence of wilderness.

With regard to videos, the shooting positioning and achievement can change. This inconstancy or irregularity exists in function of the installation. Videos want to show daily life elements and situations that can be held in the territory. Opening of locks, toll bridges, rivers, canals, water birds, a scarecrow. The landscape stirs: it is in motion. Temporally and spatially. It is therefore through the screening of everyday moments that I felt one could experience and approach this territory in a more intimate way.

The viewer can see places and situations and moving from one screen to another, can create a sort of personal editing experience of the places I've seen and filmed. The video project goes back to the dawn of cinema. Those shortmovies films which showed the motion of people, animals and objects: these basically were short films whose main purpose was to entertain the audience through "animated paintings."

"My job as a writer has been tense, since the beginning, to chase the instantaneous path of mental circuits that capture and connect distant points in space and time. (....)I focused on the image and movement that springs from the image itself. "

It's a well-known phrase that belongs to Italo Calvino's “American Lessons" that perfectly describes my intentions. The videos are displayed in a "little room" which is completely dark - I called them "Monocinema" - and can accommodate only one viewer. A single viewer to try to get a straight relationship without intermediaries between the viewer and the projected reality. The image screened within the monocinema is the plastic description of a motionless space that inevitably incorporates time and movement.

“Meschizzo” significa mescolato. Si riferisce alle acque dolci e salate presenti nelle paludi, nelle melme e in generale a quelle delle aree più vicine all’influsso del mare. Ho deciso di realizzare questa documentazione attraverso il video e la fotografia. Ho lavorato nei territori compresi tra il corso del Piave Nuovo e del Sile e le area lagunare Veneta orientale. Le immagini fotografiche sono state tutte riprese da sopra gli argini. Ho utilizzato queste opere di difesa del territorio come un “belvedere”: una posizione geografica sopraelevata che mi ha permesso di sottolinearne la presenza essendo esso stesso una delle peculiarità di questo paesaggio.  Le immagini fisse vogliono descrivere la tipologia delle abitazioni le colture intensive presenti nel territorio, ma anche individuare quegli spazi come le golene o le banchine che sembrano voler rivendicare o indicare la presenza della natura.

 

Per quanto concerne i video, la posizione di ripresa e la realizzazione sono invece variabili. Questa incostanza o irregolarità esiste in funzione dell’installazione che permette di fruirli.

I video vogliono raccontare un quotidiano possibile che si svolge nel territorio. Apertura delle chiuse, ponti a pedaggio sui fiumi, acqua, canali, uccelli, uno spaventapasseri. Il paesaggio si muove: è in movimento. Temporalmente e spazialmente. E’ dunque attraverso la proiezione di momenti di quotidiano che ho creduto ci si potesse avvicinare a questi luoghi in maniera più intima. Lo spettatore attraverso l’installazione può vedere luoghi e situazioni e, spostandosi da una proiezione all’altra, realizzare una sorta di esperienza personale di montaggio dei luoghi da me veduti e ripresi. Il progetto video si rifà a quelle pellicole del cinema degli albori che mostravano il moto di persone, animali e oggetti: questi, fondamentalmente, erano dei cortometraggi il cui scopo principale era quello di intrattenere gli spettatori attraverso dei “quadri animati”.

“Il mio lavoro di scrittore è stato teso fin dagli inizi ad inseguire il fulminio percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani dello spazio e del tempo. (....) Ho puntato sull’immagine e sul movimento che dall’immagine scaturisce naturalmente.... “

E’ una nota frase di Italo Calvino contenuta nelle “Lezioni Americane” che bene descrive i miei intendimenti .I video sono esposti in una “saletta” completamente buia - che è ho denominato “Monocinema” - e che può ospitare un solo spettatore.

Un unico spettatore per cercare di ottenere fra esso e la realtà proiettata un rapporto diretto senza intermediari.L’immagine che proietto all’interno del monocinema è la descrizione plastica di uno spazio “immobile” che inevitabilmente incorpora tempo e movimento.

Museo del Paesaggio di Torre di Mosto
2011

Come parlare del paesaggio

Roberta Valtorta

 

Quando guardiamo i luoghi della contemporaneità, così stratificati, profondamente antropizzati e ormai giunti a un così elevato livello di artificialità, quale paesaggio guardiamo? Quale la nostra percezione immediata, l’esperienza estetica dunque, e quale invece la riflessione, la reazione culturale legata alla coscienza del mutamento, della continua e sempre più accelerata trasformazione del mondo in cui viviamo?

Il problema, sappiamo, non è semplice. La fotografia (non più la pittura, e non esattamente il cinema) è l’arte che si è assunta il compito storico di indagare le trasformazioni che il paesaggio ha vissuto a partire dallo sviluppo industriale che ne ha fortemente plasmato l’aspetto per poi consegnarlo nelle mani dell’attuale economia postindustriale che nella contemporaneità lo sta rimodellando. Il cambiamento è stato complesso e significativo per il paesaggio e per la fotografia a un tempo: come è mutato il paesaggio sotto la spinta dell’industria, così si è trasformata la fotografia, un’arte che è frutto della civiltà industriale e che con essa è morta nella sua forma classica, lasciando il passo all’immagine digitale.

Dei territori della costa veneta dell’Adriatico che sono stati oggetto delle ricerche di Enrico Abrate, Giorgio Barrera, Luca Casonato, Marcello Mariana, va subito detto che si tratta di un “paesaggio recente”, o meglio storicamente giovane nelle caratteristiche più forti che lo contraddistinguono: si tratta infatti di territori che, dopo aver vissuto a lungo al loro stato naturale, selvaggio potremmo dire, di terreni paludosi, sono stati sottoposti a progressivi interventi di bonifica idraulica durati quasi un secolo, dalla metà dell’Ottocento agli anni Quaranta del Novecento. La mano dell’uomo li ha dunque destinati all’agricoltura, e successivamente alla nuova economia del turismo balneare: il paesaggio mostra quindi ancora alcuni tratti della sua originaria natura di laguna e palude, il reticolato dell’organizzazione geometrica delle coltivazioni dall’altro, le strutture e le architetture, che spesso parlano ad alta voce, del turismo di massa dall’altro ancora. Nell’insieme, un paesaggio che reca i segni di un processo di artificializzazione netto e veloce a causa del quale non è semplice ricostruirne storia e identità, soprattutto un paesaggio apparentemente privo di profondità.
 

Come affrontare da un punto di vista fotografico questa complessità quasi muta, quanto meno reticente, e quasi azzerata? Come ritrovare in esso, oltre alla natura, la storia?

I quattro artisti incaricati, coscienti che la fotografia è uno strumento narrativo che, per sua stessa natura, non può mai affrontare la totalità ma può costruire discorsi sulla base di frammenti (e questo certamente non è solo un limite ma anche un punto di grande forza), hanno sciolto il problema non cercando l’insieme del paesaggio ma prendendone in considerazione singoli aspetti, con l’intenzione di dare risposte ad alcuni degli interrogativi espressi da questi luoghi.

Giorgio Barrera ha realizzato una serie di video di breve durata che definisce “cartoline viventi”: si tratta di un insieme di riprese a camera fissa (che potremmo considerare fotografie in movimento) che letteralmente esprimono piccoli momenti della visione. L’autore si è mosso nel territorio, spesso nella laguna e tra gli argini dei fiumi, tra i quali il Sile e il Piave, con l’atteggiamento di chi esplora e vuole conoscere attraverso l’esperienza diretta (se fossimo in città parleremmo di flaneur). La frammentazione in micro-racconti viene poi proposta in piccoli ambienti che Barrera definisce “monocinema”, così da ricreare nei fruitori la sensazione di momenti staccati l’uno dall’altro. Siamo, in fondo, di fronte a una negazione della narrazione. Accanto alle “cartoline viventi”, troviamo anche una serie di fotografie nelle quali l’autore ha adottato prevalentemente il criterio della veduta, uno dei modi più importanti e storicamente consolidati di guardare al paesaggio, che in questo caso consente di percepire con chiarezza le campiture, la gentile geometria e quasi l’astrazione dei campi coltivati, o delle terre rimaste allo stato naturale.