Ends of the Line

Ends of the Line/Capolinea
24 Photographs and 40 Drawings throughout
NYC subway system/
24 Fotografie e 40 Disegni attraverso la rete
metropolitana di New York

A TALK WITH SEOIRSE BACAINN

 

Giorgio Barrera: When did you start to work at the End of the Line project?
Seoirse Bacainn: I started to photograph the areas of subway termini of New York
in March 2010. It happened because I spent three months in Astoria. I lived closeby
the stop before the terminus with my girlfriend and a friend of mine who had
just got divorced. The terminus remained one stop beyond. I started to imagine
a complete turnaround from the penultimate to the last stop. Termini excited me:
they represent a “finisterrae”.


GB: The fact is that we usually think at the end of the line as a termination, and
not as a beginning. For sure most of them are far, far from the heart of the city....
SB: That’s the reason why I started his exploration, I found myself being curious
and thoughtful at the same time. Why do we call it the end of the line and not
the beginning? What are the communities and neighborhoods like out at the
end? So I started to photograph in these areas of NYC’s subway system to see
what I might learn. While I was carrying out my research, I thought this project
could have also worked as a metaphor about western culture’s state of
crisis. My interpretation of the word crisis in any case is not negative, but on the
contrary hopefully challenging, as I like to give that word the meanings of change
and transformation rather than agony or disaster. However, aside from these
considerations, I really enjoyed being inside and throughout the city while I tried
to understand the way it spreads over its territory: architecture, localities, populations, and the emotions that swirl around the “end of the line”.


GB: you said to me that after a while you became kind of addicted as you were
hungry to know, see and experience, more about those places. Which feelings did
you have of the city?
SB: First of all I need to state that I’m not a New Yorker. All together I spent one
year and a half in NY but this stay is spread over a period of about 10 years.
My grandfather was buried there, I went to visit him: his tombstone rises from a
green in Queens. Around him lots of Irish. What I felt is that the city was not leading the future, but started to live in the past. I got to thinking that the weight of history and of time was beginning to grind on it. It was becoming a more modern
and less contemporary city, as I was used to in Europe. The crisis that’s gripping
the Western world probably contributed to my interpretation. For decades
New York has been the Mecca for those who wanted to make their dreams
come true. Now they take a flight to other destinations. A New Yorker said to
me: “contemporary vs. modern is a fine insight, and truthfully New York is a bit
unsteady on its legs as cities go. It is not a modern city! For sure. Just looking
at its new architecture shows us that it is stuck in ways that places like Dubai or
Shanghai are not. And it has gotten older in ways that show its wear and tear. It is
not a modern city!”.


GB: In addition to straight photographs, you made some drawings
in order to document the subway’s termini and his way to them. Photographs
and drawings derive from very different approaches.....
SB: yes, photos, taken with a view camera, are very rigorous, descriptive and
almost formal. They result from a motionless break. Drawings are instead
abstract representations of my journeys in the underground, created by leaning
pencils on a piece of paper while traveling on subway cars. The outcome are
tangled lines which have no relationships with geography but appear as maps of
its crossings.

 

GB: It reminds me of the subway map made by the Italian designer Massimo
Vignelli in the 70s....
SB: well, when I started drawing I had not thought about Vignelli’s map. For sure
they share the lack of relationship with topography. My drawing function has
switched from topography to the measurement of the physical reaction to the
subway trip. They are handmade seismographs. The combination of pictures and
drawings is thus both an invitation to look at the city from uncommon perspectives
and to get lost in its transport network, which acts as a giant spiderweb.

UNA CONVERSAZIONE CON SEOIRSE BACAINN

 

Giorgio Barrera: Quando hai inziato a fotografare i capolinea della
metropolitana di New York?
Seoirse Bacainn: Nel marzo 2010. Credo che sia successo perchè ho vissuto tre
mesi ad Astoria nel Queens. Abitavo alla fermata prima del capolinea. Il capolinea
rimaneva una fermata oltre, Non so perchè ma mi immaginavo uno stravolgimento
dalla penultima all’ultima fermata. Il capolinea mi avrebbe dovuto regalare
emozioni. Probabilmente e da ciò che ho avuto la curiosità di esplorare. I capolinea
rappresentano dei “finisterrae”.

 

GB: Il fatto è che di solito si pensa al capolinea come a una fine e non come a un
inizio. Vero è che molti di questi capolinea sono lontani, lontani dal cuore della
città....
SB: Questa è stata la ragione per la quale ho iniziato la mia esplorazione, ho
iniziato a riflettere e a essere curioso allo stesso tempo. perchè lo chiamiamo il
termine della linea e non l’inizio? Chi vive lì? quali comunità? Così ho iniziato a
fotografare queste aree per capire cosa potessi capire e soprattutto imparare.
Mentre portavo avanti la mia ricerca ho pensato che questo lavoro potesse anche
funzionare come una metafora sull’attuale stato di crisi della cultura occidentale.
La mia interpretazione della parola crisi in ogni caso non è negativa, al contrario,
mi piace darle i significati di cambiamento e trasformazione piuttosto che
di agonia o disastro. Ad ogni modo e a parte queste considerazioni ho veramente
goduto dell’essere all’interno della città e del tentativo di comprendere i modi in
cui si spande sul territorio: architettura, luoghi, etnie e l’energia che il capolinea
sprigiona.

 

GB: mi hai detto una volta che dopo un po’ stavi avendo una sorta di dipendenza
considerato il fatto che non riuscivi a pensare a altro se non a fare esperienza di
questi luoghi. Che cosa provavi?
SB: Prima di tutto devo affermare che io non sono un nuoirchese e che in tutta
la mia vita ho trascorso a NY circa un anno e mezzo e che questo mio soggiorno
si spalma su un arco di tempo di circa dieci anni. Mio nonno è stato seppellito lì.
La sua tomba si trova in un cimitero del Queens, all’interno di un grande prato
verde, circondato da Irlandesi. Questa esplorazione è andata di pari passo con la
sensazione che avevo della città.
Avevo la sensazione che la città non stesse guidando la contemporaneità ma,
al contrario, come se iniziasse a vivere di passato. Come se iniziasse a sentire
il peso della storia, del tempo. Una città più moderna e meno contemporanea
come quelle a cui sono abituato in Europa. In un certo modo credo di essere stato
indotto a pensare così anche dalla crisi che attanaglia il mondo occidentale.
Per decenni New York è stata la Mecca per coloro che volevano realizzare i propri
sogni. Adesso si vola verso altre destinazioni.
Un nuiorchese mi ha detto che “contemporaneo vs moderno” è una fine
intuizione e sinceramente New York è un po ‘malferma sulle sue zampe ma non
è una città moderna! Di sicuro. Non ha certo le nuova architettura di Dubai o
Shangai e sicuramente è diventata anziana perchè ci mostra che è un po’ usurata
ma non è una città moderna”.

 

GB: Oltre alle fotografie hai fatto dei disegni che documentano (?) il viaggio verso
il capolinea. I disegni e le fotografie mostrano approcci molto diversi fra loro....
dimmi qualcosa..
SB: Si, le fotografie, realizzate con un banco ottico, sono rigorose, descrittive e
direi quasi formali. I disegni sono invece astratte rappresentazioni dei miei viaggi
all’interno della metropolitana. Li ho realizzati poggiando la punta delle matite
su dei fogli di carta mentre viaggiavo. Il risultato è una serie di linee ingarbugliate
che non hanno nessuna relazione con la geografia ma appaiono più poeticamente
come la mappa dell’attraversamento della città.

 

GB: Lontanamente mi rammenta la mappa della metropolitana disegnata da MassimoVignelli negli anni settanta.....
SB: A dire il vero, quando ho iniziato a disegnare non avev oproprio pensato alla
mappa di Vagnelli. Di sicuro i disegni condividono l’assenza di una relazione
topografica. I disegni incorporano lo spostamento dalla topografia alla misurazione
di una reazione fisica dovuto al viaggio nel vagone. Sono dei sismografi
fatti a mano. La combinazione delle fotografie e dei disegni è quindi un invito a
guardare la città da prospettive differenti, non comuni. E’ anche un invito a perdersi
all’interno della rete metropolitana che notoriamente assomiglia a una
enorme ragnatela.

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