The witches’ glade.

Thesmophoria

Drowned

The bridge from which a man committed suicide

Dubitatur

Naked man with black dog

Unexplored beyond this point
A Talk with Jorge Solinas


GB: The desire to escape from reality is a need for all those who suffer of inadequacy within it. Those who find it difficult to accept the rules and paths imposed by society.


JS: ... and also the desire of those who feel that the system we live in makes our dreams sterile. Those who realize, quoting Erich Fromm, that "society is sick” those who want to step away, those who don't want to be infected. Even unconsciously. Society is made by humans therefore it's the outcome of human behaviours: if society is sick, apparently humanity is sick. In other words, keeping on quoting Fromm "Humanity, that appears in a given culture, is always a manifestation of human nature."


GB: The common denominator that I find in these images as well as others in your previous work is the need to work on social psychology and in particular on that of the spectator.


J.S.: Yes. Psychology and the use of it inside the capitalistic consumer module is for me cause for concern: control, imposition, subliminal issues. The intersection or marriage between psychology and philosophy is the most interesting and more advanced methodology of our times. This way of operating is a sensitive method that is able to perceive and ponder about the nature of man. I do not say reveal because it would be too optimistic. For our age I mean from the nineteenth century to today.


GB: The use of symbols, which I imagine come from your in esoteric studies, want to awaken the archetypes. Archetype as a form of primordial or original thought. Something, preexisting, indelible and inseparable, at least as far as we know at our time, about human nature.


JS: I think there is another space, inside or beyond which, the imagination doesn't mind about concepts and is not hampered by any kind of objectivity or rationality. In my opinion, with "primordial or originating" we are searching for pureness. Anything that is free of contamination or corruption, Anything pre-existing the original sin, to put it in Christian terms. Or more scientifically as it is for children who are without prejudices, and schematic barriers.
What I do is to create a different world where the formula of rationality gives way to “the belief in randomness”. "Invitation to the belief of the randomness" could be another possible and plausible title for this work, but in a certain way, it threw the spectator into an already existed world imbued of ingenuity. Conversely, the title I have chosen shows us a time frame before us. Both, however, hold us on for a moment and want to warn us that something unknown that needs a different approach and understanding is right in front of us. For this reason a cross-reference to fairy tales and the unknown is needed even if it's been smoothly flatten by elements that take us back to our current days. Symbols and awakened archetypes are not traceable within the borders of a culture but rather they go beyond them and have the presumption to be universally human.


 

G.B.: Going back to the escape from reality. Why is it so hard to relate to reality? To our perceptions? and to our emotions? And again. why do we need to be constantly stimulated? Real is so imbued of reproduced reality as never before..... It should be enough what we already have and instead we look and create for further .....


JS: One of the characteristics of reproduced reality is being ontologically industrial. Lying and adherent to the economic system.. Just think of videogames, of movies. Cinema needs to renovate as it is getting old. That's why I think it now welcomes and mixes more and more video art: it looks for new languages. On the other hand, audience is getting more familiar with the visual language.
The “why” of the tough relationship with reality and the escape from it? Hard to answer.


GB: You've often quoted a phrase of Gilles Deleuze. It says that "we stay in the world in a pure optical and sound ....". Now this phrase is trivial and swelling of meanings at the same time. What we can directly perceive is our exclusive relationship with reality?


J.S.: Deleuze goes on to say "only the belief in the world can bind a man to what he sees and hears." However, regarding your question, I would say yes. As always nuances are there. By the way, before we get into it, we should first give reality a definition. Let's put the real is what we perceive directly. Let's consider that we still look at the real as something real, that's to say pure, all-encompassing and reliable. That said we also assume that this type of real does not exist and that what we feel closer to the pure perception of real archetype is the human presence in Eden where human settlement is made up of two people: their work will only visible to themselves: they are what they make. They are real because they are “one” and interpenetrate the real itself. A kind of indissoluble trinity. I refer to my image titled "dubitatur".
Of course we need to accept this theory with faith, with the desire and the need to make as our own. In a few words we need and have to believe to the reality, facts, thoughts, and things need to believe.
The phrase of Deleuze is epic. It's true what he says eespecially about individual intimacy. We want to approach this sentence considering that a huge “liquid"” variety of reproduced reality is all over.

Una Conversazione con Jorge Solinas

 

Giorgio Barrera: Altri tuoi lavori precedenti, erano focalizzati sulla dicotomia realtà e finzione. Hai spesso lavorato come in bilico sulla linea sottile che demarca la fotografia doumentaria da quella messa in scena. Questo lavoro mi pare molto differente, da dove nasce?

 

Jorge Solinas:. … in qualche mondo prende le mosse dal desiderio sempre più diffuso di volersi allontanare dalla realtà.

 

G.B.

La voglia di fuggire dal reale è un esigenza per tutti coloro che all'interno di esso soffrono di inadeguatezza. Coloro che hanno difficoltà ad accettare le regole e gli schemi imposti dalla società.

 

J.S. ...e anche il desiderio di coloro che sentono che il sistema in cui viviamo rende sterili anche i sogni. Che si accorgono, per usare le parole di Erich Fromm, che “la società è ammalata” ne vogliono sfuggire, non vogliono farsi contagiare. Talvolta o spesso anche inconsciamente. La società è degli uomini e quindi è il risultato dell'operare degli uomini stessi: se la società è malata, evidentemente l'umanità è malata. In altre parole e sempre per continuare a citare Fromm “L’uomo, quale appare in una data cultura, è sempre una manifestazione della natura umana”.

 

G.B. Il comune denominatore che ritrovo in queste immagini così come negli altri tuoi lavori precedenti è la necessità di lavorare sulla psicologia sociale e in particolare su quella dello spettatore.

 

J.S. Si. Fondamentale. La psicologia e l'utlizzo di essa all'interno del modulo consumistico capitalistico è per me motivo di preoccupazione: controllo, imposizione, subliminalità. L'intersezione o il matrimonio fra psicologia e filosofia è il sistema di studio e di approfondimento più interessante, e secondo me più evoluto, della nostra epoca. Questo modo di operare è una metodologia sensibile che è in grado di percepire e riflettere, non dico rivelare perchè sarebbe oltremodo ottimistico, sulla natura dell'uomo. Per nostra epoca io intendo dall'ottocento a oggi.

 

G.B. L'utilizzo di simbologie, che a mio avviso arrivano dall'applicazione in immagini dei tuoi studi esoterici, mi pare vogliano risvegliare degli archetipi. Archetipo inteso come forma primordiale o originaria del pensiero. Qualcosa di, preesistente, indelebile e inseparabile, almeno per quanto ci è dato conoscere in questo tempo, dalla natura umana.

 

J.S. Esiste secondo me uno spazio altro, dentro o oltre il quale, l'immaginazione non si preoccupa di concetti e non viene frenata da nessun tipo di oggettività o razionalità. A mio avviso con “primordiale o originario” si sta ricercando la purezza. Un alcunché che sia scevro da contaminazioni, come ante peccato originale per dirla in termini cristiani. O più scientificamente come avviene per i bambini che sono privi di giudizio e barriere, di firewall!

Quello che faccio io è creare un mondo diverso dove la formula della razionalità lascia il passo alla credenza del caso, del casuale. “Invito alla credenza del caso” poteva essere in effetti un altro titolo possibile e plausibile ma in un certo modo proiettava l'interlocutore verso un mondo già esistito e pregno di ingenuità. Viceversa il titolo che ho scelto ci mostra uno spazio temporale innanzi a noi. Entrambi i titoli però ci trattengono per un momento e vogliono avvisarci che c'è qualcosa di ignoto o che necessità di una comprensione “diversa” di fronte a noi. Per questo motivo vi è un rimando alla fiaba o all'ignoto che viene mitigato da elementi o da contesti che ci riportano al presente di quel dato momento. I simboli così come gli archetipi risvegliati non sono rintracciabili all'interno dei confini di una cultura ma al contrario li travalicano e hanno la presunzione di essere universalmente umani.

G.B. Ritornando alla fuga della realtà. Perchè è così difficile rapportarsi al reale? Alle nostre percezioni e alle nostre emozioni e abbiamo invece constantmente bisogno di essere sollecitati da qualcosa. Mai prima di adesso il reale è stato così impregnato di reale riprodotto. Dovrebbe bastare quello che c'è già e invece se ne cerca e crea dell'ulteriore.....

 

J.S. Una delle caratteristiche del reale riprodotto è essere ontologicamante industriale. Adagiato cioè al sistema economico. Basti semplicemente pensare ai videogiochi nel senso più ampio del termine. E ancor prima al cinema. Il cinema però è già vecchio. O quantomeno sta invecchiando. Per questo secondo me si mischia sempre di più alla video art: cerca nuovi linguaggi e allarga i propri ambiti. Ma dall'altra parte esiste un pubblico che ha più dimestichezza con il linguaggio visivo.

Il perchè del difficile rapporto e fuga col e dal reale? Arduo rispondere per me.

 

G.B. Hai spesso citato una frase di Gilles Deleuze che dice che “si sta nel mondo in una situazione sonora e ottica pure....”. Ora questa frase è banale e rigonfia di significati al tempo medesimo. Il direttamente percepibile è il nostro rapporto esclusivo con il reale?

 

J.S. Deleuze continua dicendo “solo la credenza nel mondo può legare l'uomo a ciò che vede e sente”. Comunque riguardo la tua domanda direi di si. Come sempre ci sono sfumature. Ad ogni modo poi, prima, occorerebbe dare una definizione reale. Allora il reale poniamo sia ciò che percepiamo direttamente. Consideriamo anche il fatto che ancora si considera il reale come qualcosa di vero, cioè di puro, totalizzante e affidabile. Premesso ciò diciamo anche che questa tipologia di reale non esiste e che ciò che si avvicina all'archetipo del percepire il reale puramente è la presenza dell'umano nell'eden dove l'antropizzazione è costituita da due persone: il loro operato sarà solo a loro visibile: loro sono la loro opera. Loro sono reali perchè sono un tutt'uno e a loro volta sono parte integrante con il reale stesso. Una sorta di indissolubile Trinità. Faccio riferimento alla mia immagine che si intitola “dubitatur”

Ma questa teoria è evidente si può accettare solo con la fede, col desiderio/necessità di sentirla propria. In poche parole come alla realtà, ai fatti, ai pensieri e alle cose occorre crederci.

La frase di Deleuze è importante. È vero ciò che dice in special modo riguardo all'intimità individuale. Affrontiamo questa frase ricordandoci che tutto intorno c'è una sterminata varietà “liquida” di reale riprodotto.

images of the installation made with wall papers.

picture sizes vary from cm 90x78 to 158x123.

wooden frame and perspex.